venerdì, 17 agosto 2007
Un viaggio in treno, specialmente in alcuni momenti dell'anno, è qualcosa di più di un semplice spostamento, diventa quasi un luogo di osservazione privilegiato per riflessioni di ordine sociologico – antropologico...
Il vagone dell'interregionale per Livorno che parte da Milano alle 7.00 è bello pieno: in poche più di tre ore e con soli 11 euro ti porta, a pochi giorni da ferragosto, lungo le spiagge della Versilia. Davanti a me un ragazzo impostatissimo, sembra un modello. Lo sguardo è sempre coperto da un libro voluminoso, sembra uno di quei mattoni con thriller americani, o da grossi occhiali scuri. A fianco a me una ragazza giovane, avrà una ventina d'anni. Veste in modo particolare, ed evidentemente si interessa molto al teatro, visto che intervalla alla lettura di “Lettera a un bambino mai nato” della Fallaci una ponderosa rivista intitolata “Sipario”. Tuttavia, tutta la carrozza è monopolizzata da un gruppo di ventenni caciaroni, presumibilmente della zona di Domodossola, a giudicare dai loro riferimenti, che impiegano tutto il loro viaggio a discutere di Dan Peterson, se fu giocatore dell'NBA e allenatore, oltre che, come a loro evidentemente ben risulta, commentatore di pseudo sport made in USA come il wrestling o il più recente slamball. Tipico del loro linguaggio è che ogni cosa, come fosse stata toccata da un Re Mida coprofilo, è di merda, treno compreso...vai a fare capire loro la differenza tra un regionale e un eurostar... Idem dicasi per la ragazza, con compagno-fido al seguito, che allegramente, dopo essersi lamentata per i sedili che “sono tutti sporchi di merda”, bellamente poggia entrambi i piedi sul sedile di fronte a lei...
Io...io viaggio da solo. Mi godo il piacere di un tempo esclusivamente per me, tra la lettura del giornale e di un libro e l'ascolto di un po' di musica. Al tempo stesso, vivo un certo fastidio: devo andare in bagno, e non mi piace lasciare incustodito il mio bagaglio. Alla fine, la mia vescica decide per me. La mia valigia c'è ancora. E sto decisamente meglio. Ma non ci sono solo appunti brutti...nessun posto come i trasporti pubblici ti permette di “rubare” emozioni. La ragazza è salita a Piacenza. E' decisamente carina: mora, prosperosa, gli occhi scuri e profondi. Poi mi cade l'occhio sul suo mento, e vi vedo un accenno di peluria che pregiudica le altre valutazioni. Ad ogni modo, tralasciando l'incipiente barbetta, è impagabile il sorriso che fa nel leggere un messaggio al telefonino. Passano quattro giorni, sono di nuovo su un treno. Dopo un tratto “in trincea” ecco aprirsi lo spiazzo della stazione di Luino. Ho sempre amato quella specie di torretta che c'è proprio all'imbocco. Da un lato ha quell'aspetto “vissuto” che, non so perchè, mi fa pensare ad una stampa di Canaletto. E poi, ha quella cornice marcapiano a dentelli che mi fa pensare ad un altro tempo, in cui anche una torretta in una stazione aveva diritto ad essere bella. Evidentemente, prima del tempo in cui “Less is more”.
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venerdì, 17 agosto 2007
Si può amare tanto da essere violenti? Oppure essere violenti al punto di amare?
Sembrano interrogativi strani, scaturiti dall'ascolto di uno dei migliori album italiani degli anni Duemila, il bellissimo disco di esordio dei Baustelle “Sussidiario illustrato della giovinezza”. Che, al suo interno, contiene una perla intitolata “La canzone del Riformatorio”. Che è splendida nella melodia, che sembra uscita da un disco dei Pulp, ma che turba anche nel testo, con l'immagine di questo giovane tossico che, pieno di paura e attratto da “sorrisi senza pietà”, capisce che la paura gli toglie ogni possibilità. E ancora di più lascia interdetti quell' “amore” rivolto all'oggetto della violenza, che è subita dalla ragazza, ma di cui sembra vittima anche il protagonista, smarrito in ogni altro posto che non sia l'istituto.
Certo la musica dei Baustelle, come anche la voce e gli atteggiamenti decisamente impostati del frontman Bianconi (spesso affiancato dalla suadente voce femminile di Rachele Bastrenghi), non risultano graditi a tutti i palati. Ma questo album è davvero prodigioso per come unisce tanti spunti musicali, e soprattutto per la capacità di scrittura davvero sorprendente di Bianconi, provocatoria e poetica al tempo stesso, come si vede anche nella recente “bruci la città” scritta per Irene Grandi, colma di immagini che sembrano uscite dalle trasmissioni della CNN dell'11 settembre, e che invece non si rivela altro che una stramba canzone d'amore. Ecco il testo della Canzone del riformatorio:

questa è per quando
ti ho fatto male
quel pomeriggio un anno fa
con il coltello nello stivale
mi facevo di alcolici andati a male
di benzedrina per non dormire
sotto le luci mi piacevi sai virginia

erano giorni di vita dura
mi sorridevi senza pietà
e non vedevi che la paura
mi portava via la libertà di non amare
ed è per questa pena d'amore
che ti ho ferito
in un pomeriggio storico

era una dose tagliata male
mi sconvolgeva l'umidità
ma conservavo un certo stile
ti guardai con la felicità irrazionale
con la carezza dell'eroina
che mi cullava
mi perdonerai virginia?

e adesso mi manchi te lo giuro
le sogno la notte le tue grida aah..
le tue cosce bianche stonano
sopra le donnine pornografiche
appese dagli altri custoditi qui
con me ci fa bene
l'istituto
amore fra cinque anni dove andrò?
e tu chi sarai e chi saremo? fuori
dal riformatorio le vite perdute come gioia
passata per sempre come moda
cos'è
che ci rende prigionieri?

hai salutato le tue amiche
eri spacciata piccola mia
quando ti ho detto
"mi riconosci? sono quello che
non ride mai nella tua scuola..."
e dolcemente ti ho regalato
la mia violenza il mio attimo di gloria

e adesso mi manchi te lo giuro
le sogno la notte le tue grida aah..
le tue cosce bianche stonano
sopra le donnine pornografiche
appese dagli altri custoditi qui
con me
l'istituto ci fa bene
amore fra cinque anni dove andrò?
e tu chi sarai e chi saremo? fuori
dal riformatorio le vite perdute come gioia
passata per sempre come moda
cos'è
che ci rende prigionieri?
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categoria:musica
venerdì, 10 agosto 2007
Vado via qualche giorno...un paio di giornate al mare, in Versilia, più una giornata immerso nell'arte di Firenze, accompagnando amici e parenti alla scoperta dell'opera che mi ha fatto scegliere di diventare storico dell'arte: la Cappella Brancacci. Sempre sperando di andarci, ché con tre bambini al seguito non è mica così scontato...sperém!

Tornerò in zona martedì, dopo una mezza giornata milanese per andare a vedere Ferroni a Palazzo Reale e, se riesco, Balkenhol al PAC. Oltre a questo, shopping selvaggio alla ricerca di un paio di sandali (scontati, possibilmente...) e un nuovo zaino, che lo storico Seven sta tirando le cuoia....un altro segnale del fatto che sto diventando grande, temo.
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categoria:giorni e persone
martedì, 07 agosto 2007
Insomma, sì, ci ho preso gusto. Piano piano, sto capendo il fascino della montagna, forse anche suggestionato (come ben sanno i miei compagni) dalle letture di De Luca. Così, sabato e domenica a zonzo tra Lema, Agario, Viaschina ed Alpone, con obiettivo di fare un po' di foto.

Mi porto a casa un po' di riflessioni.
La prima è sulla bellezza del cielo notturno in montagna: centinaia e centinaia di stelle che tremano in cielo, alcune a volte cadono, e come uno scemo mi ritrovo ancora ad esprimere desideri...Poi, da dietro un'altura, spunta maestosa la luna, e ti colpisce quanta luce faccia, tanto che puoi andare in giro tranquillamente senza torcia.

La seconda è che in questo momento ho bisogno della montagna, perchè mi fa fare fatica. Quando cammini, ma in generale quando fatichi, non ti serve la testa. Hai solo bisogno di gambe, di fasci di nervi, di tendini tesi. La testa ingombra, è meglio concentrarsi solo sui movimenti del corpo. E alla fine, miracolosamente, la trovi un po' più leggera la testa, quasi che, come dicevano gli antichi, con il sudore se ne andassero via anche un po' di tossine.
In questi due giorni ho sudato le fatidiche tre magliette. Non posso dire di stare bene. Anzi, devo dire che un po' sono indolenzito...ma alle gambe. E questo fa dimenticare altri indolenzimenti.
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categoria:giorni e persone