mercoledì, 16 aprile 2008
Prima, una doverosa premessa. Questo spazio, ultimamente, è un po' trascurato. Non tanto perchè mi manchino le cose da scrivere - anzi, la vita in questo periodo è molto generosa con me - quanto perchè, il più delle volte mi manca il tempo fisico per buttare giù due cose come si deve. Altre, devo ammetterlo, le assaporo lentamente nel mio cuore.



Ad ogni modo, lo scorso lunedì è stato un giorno bello ricco. Approfittando della sosta elettorale (che non voglio in alcun modo commentare, se non dicendo che anche questa volta gli italiani hanno ragionato più con la pancia che con la testa), e quindi della chiusura della scuola, ho potuto usare la mattinata per incontrare due artisti con cui ho in corso due progetti.

Il primo è Benito Trolese (volete vedere qualcosa di lui? http://www.benitotrolese.it), un pittore e incisore di origine veneta che, se vi capitasse di incontrare per caso in strada, vi farebbe pensare ad una strana allucinazione. Il soggetto è infatti una specie di sosia di Albert Einstein, e addirittura corre voce che lo abbia impersonato per una campagna pubblicitaria. Ad ogni modo, queste sono piccolezze.

Quello che conta, però, è l'arte e l'umanità che ho incontrato. Innanzitutto, una persona squisita, davvero d'altri tempi. Mi ha accolto con il suo studio, e senza alcun timore mi ha mostrato la produzione di trent'anni di carriera, spiegandomi le sue scelte, le convinzioni, gli errori fatti. E dai fogli, ricchi di segni e di figure ricorrenti, sino a costituire un vero e proprio "bestiario", usciva pian piano l'uomo. Scelta rischiosa, lo riconosce lui stesso, che si sente "nudo" quando qualcuno osserva le sue opere, in cui si identifica totalmente, ma al tempo stesso la sola possibile, a mio parere per un artista, se vuole comunicare davvero. Perchè "un artista può fare tutto, è libero; solo una cosa non può fare, quello che non sente". Basterebbe questo a dire dell'onestà intellettuale del soggetto.

Conservo in particolare due osservazioni; la prima, sulla necessità di mantenere, anche in raffigurazioni drammatiche - penso a certe opere legate al tema delle vittime, dalle Crocifissioni alle opere legate alla Tauromachia - il colore, o perlomeno qualcosa che lasci un'apertura al senso, alla speranza, alla vita.

La seconda, di fronte a un curioso doppio autoritratto, costituito dal suo profilo e da quello di un fagiano, sulla vicinanza tra uomo e animale, da cui ci separa solo una coscienza, una matrice etica.



Poi, di gran corsa, sono andato a conoscere Giuseppe Aliprandi, che avrò il piacere di presentare domani sera, nel primo di quattro incontri alla cui organizzazione ho collaborato (http://www.consilvio.it/Rouault/com_stampa.html). E' stato curioso conoscere a così breve distanza due artisti, due temperamenti molto diversi. Da un lato la visionarietà e la fantasia di Trolese, dall'altro la razionalità e l'introspezione di Aliprandi; due esiti figurativi molto differenti, ma entrambi di grande interesse. Mi ha in particolare colpito l'ultima produzione di Aliprandi, in cui la suggestione predominante è l'esplorazione di quelle che lui chiama "pulsioni primordiali", dal legame familiare all'attaccamento alla terra, dall'espressione personale alla paura, sino alle splendide ultime xilografie sul tema della violenza e della guerra. Opere intense, seppur mai totalmente eloquenti, come dovrebbe essere, a mio parere, l'arte.



postato da: lucky1982 alle ore 20:12 | Permalink | commenti
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