martedì, 28 aprile 2009
Da qualche giorno nella radio girano i Bastard Sons of Dioniso, il cui pezzo propone l'interessante verso
"Buggerato dalla mia baldanza". Mi torna in mente un vecchio siparietto tra Max Pezzali e l'omonimo Gazzè.
Suonava più o meno così:
MP: - Certo che è uno strano inizio per una canzone "Santi numi" (in riferimento al brano La favola di Adamo ed Eva, ndr)
MG: - Anche "Tappetini nuovi arbre magique non è male"
giovedì, 28 febbraio 2008
Leggendo i giornali in questi giorni, ho scoperto che il buon Tricarico sta partecipando al festival. Per molti, io dico troppi, lui resta (e resterà) quello di "puttana la maestra". Un vero peccato, innanzitutto perchè il testo di Io sono Francesco è molto di più che quell'insulto, ma perchè il suo primo album (Tricarico, 2002) è, a mio parere, davvero bello.
Fu un caso fortunato a farmelo ascoltare: lo trovai in offerta in una bancarella durante una vacanza: incuriosito lo presi, per cercare di capire di più di quel personaggio che impazzava con quel ritornello insieme matto e disperato. Ben presto mi persi nei testi e nelle musiche, niente affatto banali, e così ancor oggi lo associo a una triste, subita estate sulle spiagge romagnole.
E' una perla irregolare, certo, in cui la sconclusionata poesia di questo autore a volte raggiunge esiti involontariamente comici, ma a tratti diventa davvero profonda. Penso all'amore con una prostituta di Aeroplano giallo, che ripropone una vicenda alla Via del Campo, o al ritornello di Stupido Pio Pio, che recita
vedo dentro a me ci sono cose che io a volte vedo fuori e quando le vedo sono felice
però non mi sono mai avvicinato mi sono sempre accontentato ora però mi son stancato,
ricercare fa un pò male ma ormai il male l'ho imparato
Purtroppo, il secondo album (Frescobaldo nel recinto) non si mantiene, per me, sullo stesso livello. Ora Tricarico sul palco di Sanremo canta, o perlomeno ci prova (da quanto ho visto su youtube la prima sera era bloccatissimo) un pezzo intitolato
Vita tranquilla. Il testo è proprio bello...attendo il resto dell'album
Ho sempre pensato
Quando avrò questo sarò saziato
Ma poi avevo questo…ed era lo stesso
Ho sempre pensato
Troverò il mare e sarò bagnato
Il mare ho trovato… ma nulla è cambiato… nulla
Che cos’è… che io aspetto…
Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando sono nato
Che sono spericolato
Io… voglio una vita serena
Perché è da quando sono nato… che è
Disperata… spericolata…
Però libera… verd’è sconfinata
Io dovrei… non dovrei
Ho sempre pensato
Quando avrò il cielo sarò stellato
Divenni una stella… ma ero lo stesso
Sempre lo stesso
Ho sempre pensato
Troverò lei e sarò rinato
Lei ho trovato… qualcosa è cambiato
Qualcosa è cambiato
L’ultima illusione non è svanita
Io libero per sempre
Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato che sono spericolato
Io… voglio una vita serena
Perché è da quando son nato… che è
Disperata… spericolata…
Però libera… verd’è sconfinata
Io dovrei… non dovrei
Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato che sono spericolato
Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato… che è
Disperata… spericolata…
Però libera… verd’è sconfinata
Io dovrei… no non dovrei...

sabato, 09 febbraio 2008
In questi ultimi giorni nel mio mp3 sta girando l'ultimo disco dei Baustelle, Amen. Il tempo non è stato molto, dunque non mi esprimo sul lavoro nella sua interezza. Anche perchè, devo ammetterlo, pur piacendomi il gruppo di Bianconi e Bastrenghi, l'ho sempre trovato autore di grandi pezzi, più che album. Perchè spesso, a brani epici corrispondono pari delusioni. Ad ogni modo, finora del nuovo album mi ha molto colpito questa L'uomo del secolo. Per la musica, ma soprattutto per le parole, che mi riportano alla mia "preistoria".

Se sono qua, è per una storia simile a quella raccontata (pur con le ovvie differenze). Anche mio nonno paterno, Accursio, stava svolgendo il servizio militare nel '43, e dopo l'armistizio scelse di andarsene, e cercare di raggiungere la Svizzera da Novi Ligure, dove allora si trovava. Cammin facendo, lui, siciliano, giunse nell'alta provincia di Varese, dove fu accolto e ospitato dalla famiglia di mia nonna. Tutto quello che ne seguì ha portato a me. Quanta nostalgia, nel pensare alle tante domande che avrei voluto, e vorrei fare a nonno Accursio e nonna Marina.
L’UOMO DEL SECOLO
All’epoca mia venivi al mondo e la libertà non esisteva.
E la Prima Guerra era finita. Fiume era già stata conquistata. Alle scuole elementari c’era poco da scherzare. Si rideva e si ballava solo per la mietitura. All’epoca mia il telefono non c’era.
Mi arruolarono. Era quasi primavera.
E le radio ci trasmettevano canti di paura. Da cantare quando è sera. Quindi disertai. Era il ’43.
Ed eccomi qui: un vegetale. Cento anni non portati male. Lascio il mondo che mi ha maltrattato.
Me ne vado, mi sono stufato. Vi ho voluto bene. Adesso vado. Sono stato un comunista. Avevo un sogno. Una speranza. Arrivederci, amore. Addio.
All’epoca mia non usavi il cellulare. Mi arruolarono. Non si stava così male.
Ma le radio ci trasmettevano canti di paura da cantare quando è sera. Quindi me ne andai. Era il ’43.
venerdì, 11 gennaio 2008

E' ormai una consuetudine, ricordare chi, in questa data, ha smesso di incantare il mondo con la sua poesia e la sua musica. Per il secondo anno consecutivo, anche se temo che l'appuntamento salterà a causa della pioggia, mi vedo costretto a saltare lo splendido tributo informale di Piazza Duomo...un'intera sera a cantare i pezzi di Faber, in grande semplicità, portando ciascuno il proprio contributo canoro / sonoro / alimentare (enologico, in primis)
Per quest'anno, scelgo
Il suonatore Jones
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.
giovedì, 13 dicembre 2007
Qualche mese fa, su queste pagine, parlavo del fatto che mi ero rimesso a scrivere, dopo lungo tempo, una canzone. A tutt'oggi quanto ho scritto non mi sembra definitivo...diciamo che sento la mancanza di qualcosa, ma al tempo stesso non so quando riuscirò ad aggiungere parole o note che mi possano soddisfare. Al tempo stesso, credo che sia venuto il tempo di far vedere un po' di luce a queste parole, anche se orfane della musica (ma prima o poi la registro un po' meglio di come ho fatto finora...salvo poi lasciarla lì, spersa tra i file di un computer, o latente, esitante, sotto i polpastrelli delle dita che sfiorano le corde.
Un po' di tempo fa scrivevo, non qui, che mettere in comune qualcosa di “artistico” - mi si passi il termine – è un gesto molto intimo quasi rischioso, un po' come esporre una ferita all'aria: può fare bene, magari accelera la guarigione, ma c'è il rischio di infezioni, o del dolore. E proprio di ferite, se si vuole, parla questo pezzo.
Inutile dire che il titolo, “Il contrario di uno”, è un esplicito omaggio ad Erri De Luca e alla sua teoria che due, non zero, sia per l'appunto il contrario di uno.
Cresce il numero delle età, ed io
sono sempre più numeri.
Sono “già” ed insieme “non ancora”;
sono “uno”, non ancora il suo contrario.
Poi, ti trovi davanti un'inedita felicità,
che non hai mai provato:
come il rosso un cieco, come il volo un geco,
da solo cammino, pensando che
Ogni cosa mi parla di te
e mi inquieta ogni plurale,
se non mi coinvolge, ci sto male
Mi segue un'ombra,
ma ha la tua forma, ha la tua forma:
è il sole che rivela agli altri
quanto tu
sei dentro me
Cos'è quest'ombra
che mi circonda, che mi circonda?
E il sole si è eclissato ed ora,
ora tu, dove sei?
Ora io...
mercoledì, 31 ottobre 2007
Dopo qualche settimana di attesa, finalmente ieri sono riuscito a comprare il cd di Giuliano Dottori, “Lucida”. Devo dire che, pur apprezzando la grande disponibilità di musica in mp3, trovo ancora impagabile aprire il cd, sfogliare il booklet, leggersi comodamente i testi. E se proprio devo comprare un cd, allora meglio farlo per le certezze (vedi Radiohead, Silvestri, Bandabardò) o per qualche artista emergente, come questo finora poco noto songwriter milanese.
Devo dire che il cd mantiene tutte le premesse (e le promesse) dell'ascolto live: belle melodie, arrangiamenti curati, testi minimali, sullo stile di frammenti di testo più che di vere e proprie storie, ma fortemente evocativi. La voce di Dottori è particolare, certo non “piaciona”, ma efficace.
I riferimenti sono quelli già proposti al momento dell'ascolto live: penso alla migliore produzione inglese degli ultimi anni, ma anche a un filone di cantautorato anglosassone. Molto gradita l'abbondante presenza di chitarre acustiche e glockenspiel, che danno quel suono alla “No surprises” (Radiohead, Ok Computer 1997, NdR) che non stanca mai (perlomeno per quanto mi riguarda). Insomma, proprio un buon esordio
domenica, 28 ottobre 2007
Dunque...non posso dire che tutto va bene. Ma sarei un delinquente se non fossi grato per tutto ciò che mi sta succedendo (tra le altre cose, il superamento dell'esame. Olè!). E dunque, cosa di meglio di questo testo, che ora che ho letto che Violeta Parra l'ha scritto prima di suicidarsi mi commuove ancora di più! Consigliatissima la versione di Mercedes Sosa in "Mercedes Sosa in Argentina" (1982). Assolutamente da brividi.
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me dió dos luceros, que cuando los abro
Perfecto distingo, lo negro del blanco
Y en el alto cielo, su fondo estrellado
Y en las multitudes, el hombre que yo amo
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado el oído, que en todo su ancho
Graba noche y día, grillos y canarios
Martillos, turbinas, ladridos, chubascos
Y la voz tan tierna, de mi bien amado
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido, y el abecedario
Con el las palabras, que pienso y declaro
Madre, amigo, hermano y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha, de mis pies cansados
Con ellos anduve, ciudades y charcos
Playas y desiertos, montañas y llanos
Y la casa tuya, tu calle y tu patio
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me dió el corazón, que agita su marco
Cuando miro el fruto del cerebro humano
Cuando miro el bueno tan lejos del malo
Cuando miro el fondo de tus ojos claros
Gracias a la vida, que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto
Así yo distingo dicha de quebranto
Los dos materiales que forman mi canto
Y el canto de ustedes, que es el mismo canto
Y el canto de todos, que es mi propio canto
Y el canto de ustedes, que es mi propio canto.
mercoledì, 17 ottobre 2007
Allora...prima del post vero e proprio, che necessariamente sarà dedicato all'evento sociopolitico delle primarie, un breve appunto musicale. Dopo un giorno di pena (mai successo dal 1997 che non acquistassi un cd dei Radiohead nel giorno – o addirittura prima – della sua uscita), l'11 sono riuscito ad ascoltare In Rainbows. Beh, ce l'hanno fatta ancora una volta. Proprio un bel disco, forse meno crepuscolare dei capolavori riconosciuti Ok Computer, Kid A e Amnesiac, ma ricco di belle canzoni. Francamente, sono tentato di toccare il tasto skip solo per un pezzo, All I Need, mentre la traccia d'apertura, 15 step, è assolutamente la mia prediletta, per come riesce ad abbinare ritmiche e melodie davvero centrate. Ad ogni modo, ogni ascolto rivela nuovi dettagli, e ciò è solo un bene. A questo punto, attendo con ansia il cd box che arriverà a dicembre...e che, vista la graditissima telefonata di stamattina che mi avvisava di un pagamento non riscosso in università (lo dicevo che mi mancavano dei soldi...), posso ampiamente permettermi. Un po' come trovare una banconota nei pantaloni al cambio di stagione, ma in questo caso le banconote sono decisamente in numero cospicuo!
Allora, dicevo delle primarie. Le analisi possono essere di due tipi: una personale, legata alle mie convinzioni/speranze, ma anche al coinvolgimento diretto nei seggi, ed una più “politica”.
Diciamo che opto per la prima, anche perché credo che alla fine i due ordini di considerazioni si uniranno.
Allora, primo punto: per questo appuntamento ho deciso di mettere la faccia. Un po' perché ne sono sempre stato convinto: non si può parlare se poi non si fa nulla. Come diceva Gandhi “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”...mi è sembrato dunque ovvio replicare al qualcunquistico criticare di persone anche a me vicine (tanto per non fare nomi...mio fratello) come al fenomeno – presto sgonfiato – del VaffaDay. E allora, sostegno aperto ad uno dei candidati, Rosy Bindi, anche in conseguenza della candidatura di due persone a me molto care, e presenza come volontario ai seggi. Questo mi ha permesso di avere, per così dire, un osservatorio privilegiato. Le immagini che mi porto a casa sono due. Una è quella di un signore molto in là con gli anni, che però pur a fatica ha voluto raggiungere il seggio e votare. Da un lato mi ha commosso l'attaccamento alla politica di quest'uomo, che forse avrebbe avuto tutte le ragioni per stare a casa, per non credere alla scomparsa del “suo” partito, ma che invece ha voluto dare il suo contributo. Dall'altro, questa presenza non ha avuto alcun contraltare giovanile. Pochi, pochissimi i voti under 40, praticamente nessun sedicenne...se ripenso alla trepidazione del mio primo voto (e alla rabbia per l'aver compiuto 18 anni il 18 maggio 2001, esattamente 5 giorni dopo l'incoronazione di Berlusconi), non posso non provare un po' di amarezza. C'è un generale senso di disimpegno tra i più giovani, e lo dico da venticinquenne, non da sessantenne...poi non si venga a criticare la gerontocrazia tutta italiana!Altri, come il mio amico Matteo, proponevano invece una diversa lettura, fatta di revival “alla Aldo Moro”, che avrebbero portato convintamente al voto gli over 40, ma che avrebbe generato la sensazione di un partito nato vecchio nei più giovani.
Secondo punto: le altre facce che mi porto a casa sono quelle di Modou, Daba, Benjamin. Immigrati, extracomunitari, direbbe qualcuno. Elettori, dico io ora. Che tenerezza sentirli preoccupati circa la segretezza del voto, ed insieme la gioia di una scelta che li coinvolge, che sente la loro voce di nuovi italiani insieme a quella di chi in questo paese c'è nato.
Le altre facce sono quelle di chi, passando davanti al seggio, o parlandone nei giorni scorsi, non riusciva a dire di meglio che “morti di fame” a proposito della scelta di chiedere un contributo per esprimere il voto. Che dire...mi astengo dal fare commenti. Certa gente, malgrado quanto ribadito anche oggi da Veltroni, che insiste per superare la demonizzazione degli avversari, per me si qualifica da sola.
lunedì, 17 settembre 2007
In breve tempo, due serate di ottima musica in quel di Milano. Prima il divertimento puro, con la Bandabardò, venerdì scorso al Palasharp. Con in corpo una generosa dose di salumi e gnocco fritto, due ore di ballo scatenato, all'insegna del gusto di stare insieme. Bella la scelta dei brani, con la piacevole sorpresa dell'esecuzione de “Il muro del canto”, bellissimo testo sull'amicizia, e l'inserimento delle due cover di Battisti registrate dalla Banda, “Uomini celesti” e “Una giornata uggiosa”. Per il resto, il solito stupore di fronte alla velocità delle mani di Finaz, il gusto di cantare a squarciagola, il divertimento nel vedere il mitico Ramon cantare “mi vendo per qualche dollaro e tequila”. Particolare non trascurabile, ben scelta anche la musica scelta per riempire i vuoti prima e dopo il concerto: dapprima una sequenza di brani dei Beatles da urlo, poi, come “sigla”, secondo costume della Banda, un pezzo iperpopolare da cantare tutti insieme: in questo caso la scelta cade su That's Amore di Dean Martin, ma devo dire che la scelta di Tanti voglia di lei, a novembre all'Alcatraz, fu impagabile. Grazie ai compari di balli e mangiate!
Poi, ieri sera, una bella quanto inattesa sorpresa. Di passaggio a Milano per la cena con gli ex compagni di corso (in estrema sintesi una serata molto divertente, tra racconti di vacanze che più diverse non si può, angosce pre-esami e non solo..., un ristorante che si chiama Grand'Italia, ma il personale di servizio è tutto con gli occhi a mandorla, il gusto di rivedere persone con cui hai condiviso cinque anni centrali della tua vita), arrivo col treno alle 1930. Visto che la cena sarebbe iniziata un'ora dopo, mi faccio la consueta passeggiata da Porta Garibaldi verso il Piccolo Teatro. Nei pressi del quale comincio a sentire un po' di musica. Inizialmente penso a qualche busker, come capita ogni tanto a San Babila o Cadorna; poi, arrivato in piazza, capisco che è una delle iniziative legate al Milano Film Festival. Avendo a disposizione un po' di tempo mi siedo ad ascoltare.
Sul palco c'è Giuliano Dottori, leggo sul programma del MIFF. Mi dico che è strano non aver mai sentito parlare di questo ragazzo, perché fa proprio della buona musica. Formazione essenziale sul palco, chitarra contrabbasso e batteria, Giuliano Dottori sembra Alberto dei Verdena, decisamente più calmo e un po' più attento alle linee vocali. La musica unisce tanti spunti, quelli che mi vengono in mente sono da un lato Damien Rice, Nick Drake, insomma una linea cantautorale anglofona, dall'altro qualcosa mi rimanda alla psichedelia dei già citati Verdena. Ad ogni modo, gran bella musica. Mi gusto la fine del concerto, prima di andare a cena...purtroppo sono in drammatica carenza di contanti, e così devo rinunciare (pentendomi amaramente per il mio vizio di girare con pochi soldi) a comprare il cd (Lucida, 2007). ma credo proprio che me lo comprerò su internet. Ah, se siete curiosi, cercate il nome di Dottori su MySpace (c'è il link sul sito ww.giulianodottori.it), c'è la possibilità di ascoltare alcuni brani.
Ah, la possibilità di ascoltare un po' di musica dal vivo....quanto manca nel mio amato varesotto!
venerdì, 17 agosto 2007
Si può amare tanto da essere violenti? Oppure essere violenti al punto di amare?
Sembrano interrogativi strani, scaturiti dall'ascolto di uno dei migliori album italiani degli anni Duemila, il bellissimo disco di esordio dei Baustelle “Sussidiario illustrato della giovinezza”. Che, al suo interno, contiene una perla intitolata “La canzone del Riformatorio”. Che è splendida nella melodia, che sembra uscita da un disco dei Pulp, ma che turba anche nel testo, con l'immagine di questo giovane tossico che, pieno di paura e attratto da “sorrisi senza pietà”, capisce che la paura gli toglie ogni possibilità. E ancora di più lascia interdetti quell' “amore” rivolto all'oggetto della violenza, che è subita dalla ragazza, ma di cui sembra vittima anche il protagonista, smarrito in ogni altro posto che non sia l'istituto.
Certo la musica dei Baustelle, come anche la voce e gli atteggiamenti decisamente impostati del frontman Bianconi (spesso affiancato dalla suadente voce femminile di Rachele Bastrenghi), non risultano graditi a tutti i palati. Ma questo album è davvero prodigioso per come unisce tanti spunti musicali, e soprattutto per la capacità di scrittura davvero sorprendente di Bianconi, provocatoria e poetica al tempo stesso, come si vede anche nella recente “bruci la città” scritta per Irene Grandi, colma di immagini che sembrano uscite dalle trasmissioni della CNN dell'11 settembre, e che invece non si rivela altro che una stramba canzone d'amore. Ecco il testo della Canzone del riformatorio:
questa è per quando
ti ho fatto male
quel pomeriggio un anno fa
con il coltello nello stivale
mi facevo di alcolici andati a male
di benzedrina per non dormire
sotto le luci mi piacevi sai virginia
erano giorni di vita dura
mi sorridevi senza pietà
e non vedevi che la paura
mi portava via la libertà di non amare
ed è per questa pena d'amore
che ti ho ferito
in un pomeriggio storico
era una dose tagliata male
mi sconvolgeva l'umidità
ma conservavo un certo stile
ti guardai con la felicità irrazionale
con la carezza dell'eroina
che mi cullava
mi perdonerai virginia?
e adesso mi manchi te lo giuro
le sogno la notte le tue grida aah..
le tue cosce bianche stonano
sopra le donnine pornografiche
appese dagli altri custoditi qui
con me ci fa bene
l'istituto
amore fra cinque anni dove andrò?
e tu chi sarai e chi saremo? fuori
dal riformatorio le vite perdute come gioia
passata per sempre come moda
cos'è
che ci rende prigionieri?
hai salutato le tue amiche
eri spacciata piccola mia
quando ti ho detto
"mi riconosci? sono quello che
non ride mai nella tua scuola..."
e dolcemente ti ho regalato
la mia violenza il mio attimo di gloria
e adesso mi manchi te lo giuro
le sogno la notte le tue grida aah..
le tue cosce bianche stonano
sopra le donnine pornografiche
appese dagli altri custoditi qui
con me
l'istituto ci fa bene
amore fra cinque anni dove andrò?
e tu chi sarai e chi saremo? fuori
dal riformatorio le vite perdute come gioia
passata per sempre come moda
cos'è
che ci rende prigionieri?